WTI a 90,93 dollari (-5,87%), VIX a 16,7, FTSE MIB sopra i 50.000 punti per la prima volta dal 2000, Europa generalizzata tra +1% e +1,3%. Il rally di lunedì 25 maggio è interamente costruito su un accordo USA-Iran che Trump definisce 'largamente negoziato' ma che Rubio ammette di non voler 'scommettere troppo'. La firma è già slittata una volta. Goldman tiene la recessione al 30%.
C'è una frase che vale tutta la settimana, ed è venuta dal vice segretario di Stato Marco Rubio sabato scorso: "Pensavamo di avere notizie ieri sera, forse oggi — ma non ci scommetterei troppo". Tradotto in linguaggio di mercato: l'accordo USA-Iran esiste come bozza, non come firma, e chi lo sta vendendo per chiuso si sta prendendo un rischio che dovrebbe almeno essere esplicitato. Lunedì 25 maggio i listini hanno deciso il contrario. Hanno comprato la firma prima che la firma ci sia.
Il problema non è il rally in sé. È la distanza tra ciò che il mercato sta prezzando e ciò che è effettivamente sul tavolo dei negoziatori. Quella distanza, se l'intesa salta o si dilata oltre questa settimana, diventa il margine del rimbalzo all'indietro.
Cosa sta muovendo i mercati
I numeri di lunedì mattina sono questi. Il WTI scende a 90,93 dollari al barile, -5,87% intraday. Il Brent a 97,78 dollari, -5,56%. Su base settimanale il greggio ha già ceduto oltre l'otto per cento dai massimi della scorsa settimana. Il VIX si schiaccia a 16,7, in discesa da 17,8 della settimana precedente: sotto la soglia psicologica dei diciassette, mercato in modalità risk-on selettivo, non più difensivo. Per dare un riferimento: lo stesso indice viaggiava sopra trenta nei picchi della crisi Hormuz di marzo.
Piazza Affari supera quota cinquantamila punti per la prima volta da marzo del 2000. Nexi sale del 4,6%, Stellantis del 2,5%. In rosso, prevedibilmente, ENI a -1,7% e Saipem a -0,6%: petrolio giù significa energy down, e la rotazione settoriale è chirurgica. Francoforte +1,1%, Parigi +1%, Madrid +1,3%, Amsterdam +0,4%. Eurostoxx 600 futures +0,8% in pre-apertura. Wall Street è chiusa per Memorial Day, quindi il giudizio americano arriverà solo martedì, ma l'Asia ha già votato: Nikkei sopra sessantacinquemila punti.
Una lettura possibile è che il mercato stia semplicemente smontando il premio al rischio geopolitico accumulato tra marzo e aprile, quando il Brent era sopra i 120 dollari. Una lettura più onesta è che il mercato stia anticipando un esito specifico — accordo firmato, Hormuz riaperta, sanzioni rimosse — senza che nessuno dei tre tasselli sia ancora a posto.
Il nodo Hormuz
La bozza di accordo, secondo le ricostruzioni di Axios e CNBC, prevede quattro elementi: tregua di sessanta giorni, riapertura dello Stretto di Hormuz, stop alle sanzioni sul petrolio iraniano, avvio di un negoziato strutturato sulla questione nucleare. Sulla carta è un buon deal per tutti. Nella pratica, c'è un nodo che non è stato sciolto e che sta tenendo aperta la trattativa: le scorte di uranio altamente arricchito accumulate da Teheran durante la crisi.
Washington vuole che siano cedute o messe sotto controllo internazionale verificabile. Teheran, attraverso fonti diplomatiche, ha smentito di averle messe formalmente sul tavolo. È una smentita pesante, perché senza quella concessione la parte nucleare dell'accordo resta una promessa di negoziato futuro, non un esito. E senza esito nucleare la riapertura di Hormuz e il via libera al petrolio iraniano diventano concessioni unilaterali americane, politicamente difficili da vendere al Congresso.
La firma è già slittata una volta dal weekend a inizio settimana. Trump ha parlato di intesa "largamente negoziata", che è un'espressione studiata per tenere alto il momentum. Rubio, più cauto, ha aggiunto quella frase sul "non scommetterci troppo" che il mercato ha scelto, per ora, di ignorare. Ogni ulteriore slittamento da qui in avanti consumerà il benefit of the doubt più velocemente di quanto pensino i compratori di oggi.
Lo scenario se l'accordo salta
Vale la pena fare l'esercizio inverso. Cosa succede se entro le prossime quarantotto-settantadue ore la firma non arriva, o arriva in forma annacquata senza la componente nucleare?
Il petrolio è il primo a muoversi e si muove rapido. Il livello tecnico di riferimento immediato è la zona dei 100-103 dollari al barile, dove WTI e Brent quotavano venerdì scorso. Quel ritracciamento è quasi automatico su una notizia negativa di rottura. Se la trattativa collassa formalmente — non slitta, collassa — gli analisti che hanno seguito la crisi vedono un ritorno verso 120 dollari, e potenzialmente verso 150 dollari in autunno, con Hormuz che resta chiuso e la domanda estiva in picco.
Gli indici europei sono il secondo anello. L'Europa è strutturalmente più esposta agli Stati Uniti sul vettore energia, perché la sua bolletta è denominata in dollari e perché il mix energetico resta vulnerabile sul greggio importato. Il rally di lunedì si smonta in giornata, il settore energia rientra in territorio positivo trascinando i pesi maggiori degli indici, ma il resto del listino paga il conto. Piazza Affari sopra cinquantamila diventa la fotografia di un momento, non una nuova base.
Il VIX, terzo anello, è la variabile più rapida. Da 16,7 può tornare a 25-30 in poche sedute, ripristinando il regime di volatilità della crisi di marzo. Quando il VIX si muove di otto-dieci punti in pochi giorni, le strategie sistematiche — risk parity, vol target — riducono esposizione meccanicamente, e quella riduzione amplifica il movimento sottostante.
Goldman Sachs, nel pieno della crisi Hormuz di marzo-aprile, aveva alzato al 30% la probabilità di recessione USA nei dodici mesi. Quella stima era calibrata su Brent a 120 dollari. A 150 dollari quella probabilità peggiora, e non in modo lineare. È il numero che dovremmo tenere sotto la lampadina questa settimana.
Cosa guardare
Tre cose, concrete, nelle prossime cinque sedute.
La prima è la formulazione delle dichiarazioni americane. Se la Casa Bianca passa da "largamente negoziato" a "siamo vicini" e poi a "stiamo lavorando", il mercato lo leggerà come deterioramento. Il linguaggio delle conferenze stampa, in questa fase, vale più dei comunicati ufficiali.
La seconda è il comportamento del Brent rispetto ai 95 dollari. Finché tiene quel livello, lo scenario base resta accordo entro la settimana. Una risalita sopra i 100 dollari è il primo segnale che il mercato sta scontando l'ipotesi di rottura.
La terza è l'apertura di Wall Street martedì 26 maggio. I future US non si sono potuti esprimere lunedì per Memorial Day, e l'Asia ha votato in vacanza relativa. Il vero verdetto sulla giornata di lunedì arriva quando New York apre. Se l'S&P 500 conferma il rally europeo senza esitazioni, il mercato sta dicendo che ritiene la firma una formalità. Se apre in modo cauto o tira indietro nel pomeriggio, il dubbio di Rubio si sarà trasferito a Manhattan.
La domanda di fondo non è se l'accordo verrà firmato. La domanda è quante volte i mercati riusciranno a credere che "sarà per domani" prima di smettere di reagire positivamente alle notizie. Il prezzo di oggi presuppone che il margine di credito sia ancora ampio. Bisognerà vedere fino a giovedì.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. I dati di mercato citati sono aggiornati al 25 maggio 2026, ore 9:00 GMT. Per decisioni di investimento individuali consulta un consulente abilitato.


