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    Hormuz al 5%, Brent a 96: il danno economico vero ad Asia ed Europa, e i tempi del ritorno

    Transiti dello Stretto al 4-5% del livello pre-crisi, 57 VLCC intrappolati, Brent a 96 USD, TTF gas a 46 €/MWh (+26% YoY), JKM LNG +50% YoY. Eurozona rivista a +0,9%, inflazione 3,0%, Germania in contrazione manifatturiera. Aramco dice 2027 senza riapertura entro metà giugno. Trump il 27 maggio: «aperto a tutti, nessuno lo controlli» — un'inversione rispetto a marzo che lascia aperta più di una lettura.

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    A marzo Donald Trump aveva immaginato di prendersi lo Stretto. Il 9 di quel mese aveva suggerito che gli Stati Uniti «potrebbero prendere il controllo dello Stretto dall'Iran»; il 27 era arrivato a evocare una ribattezzatura — Strait of America, Strait of Trump, l'una o l'altra, faceva poca differenza. Due mesi e mezzo dopo, il 27 maggio, davanti al gabinetto, lo stesso Trump ha pronunciato la frase che chiude la stagione assertiva e ne apre un'altra: «The Strait will be open to everyone. These are international waters, no one will control them.»

    Tra le due dichiarazioni ci sono tre mesi di Stretto a regime ridotto, una flotta VLCC dimezzata, un'Europa che si è scoperta più fragile di quanto credesse e un'Asia che si è riorganizzata in fretta. Cosa è cambiato, sul piano del calcolo politico, è materia da Cremlinologia di Washington. Ma una lettura possibile — non l'unica — è che il leverage Trump lo abbia già esercitato: tre mesi di Hormuz a metà servizio sono sufficienti a ricordare a Pechino, a Tokyo e a Bruxelles quanto la loro economia dipenda dal Golfo. Dopo di che, la diplomazia costa meno della guerra.

    Vediamo i numeri.

    Il punto di partenza dei numeri

    I transiti commerciali nello Stretto sono al 4-5% dei livelli pre-crisi: si passa da 138 navi al giorno a 2-6. Cinquantasette VLCC — circa il 10% della flotta mondiale — sono intrappolati dentro il Golfo, mentre altre 240 attendono fuori. L'export complessivo dei VLCC è sceso del 36% rispetto alla media gennaio-febbraio 2026, e la quota di Hormuz sui flussi globali di greggio via supertanker è scesa dal 52% al 40%.

    Sul fronte prezzi, il rimbalzo CENTCOM del 26 maggio ha riportato il Brent in area 96,30 USD/bbl il 28 (+2,13% in giornata, +33% da fine febbraio). Il WTI gira intorno a 88,39. Il TTF gas europeo chiude a 46,22 €/MWh (+26,52% anno su anno; il picco di marzo era oltre 60). Il JKM, il benchmark LNG asiatico, vale 18,81 USD/MMBtu, in crescita del 50,66% anno su anno. Il premio assicurativo di guerra (AWRP) si è assestato intorno all'1% del valore della nave: otto volte i livelli pre-crisi, ma in calo rispetto al 2,5% di marzo. Le scorte strategiche IEA, partite con 400 milioni di barili autorizzati, ne hanno già consumati 416. Il margine è quello che è.

    L'Asia incassa, ma diversamente

    Sull'Asia la geografia del danno è più diseguale di quanto la geografia del Golfo lasci pensare. La Cina dipende da Hormuz per circa il 40% del proprio import petrolifero, ma siede su 1,39 miliardi di barili di riserve strategiche — 120 giorni di copertura — e ha negoziato con Teheran corsie preferenziali per i propri tanker. Risultato: il consensus sul PIL 2026 cinese è stato limato di un decimo, da 4,5% a 4,4%. Una scalfittura.

    Giappone e Corea del Sud sono il punto debole vero. Settanta per cento del petrolio importato attraversa lo Stretto; Seul ha anche il 18% del proprio LNG che passa di lì. Il KOSPI ha incassato un -12% in un'unica seduta al primo shock di marzo, con i circuit breaker scattati. Tokyo è in rischio stagflazione conclamato: ogni dieci dollari di Brent valgono tre decimi di inflazione importata, e oltre quota 120 il PIL 2026 scivola dello 0,6% rispetto alla baseline. Manifattura giapponese e coreana — automotive, elettronica, chimica — pagano un costo energetico che i concorrenti americani semplicemente non hanno.

    Il caso più dolente, però, è l'India. La rupia è scesa a 96,17 sul dollaro il 18 maggio, minimo storico, con un -5,5% da inizio anno. BMI e Fitch hanno tagliato la stima di crescita FY26/27 da 7,7% a 6,7% — un punto pieno. La bolletta energetica annualizzata, ai prezzi di oggi, costa al paese 60 miliardi di dollari in più rispetto al baseline 70 USD/bbl. Nuova Delhi ha riallocato parte degli acquisti su Mosca e Lagos, ma il rerouting costa.

    L'Europa, il colpo più duro

    L'Europa è dove il danno cumulato pesa di più, perché si scarica su un'economia che era già anemica. Il 22 maggio la Commissione Europea ha rivisto la crescita 2026 dell'eurozona da +1,2% a +0,9% — trenta punti base di taglio in un colpo solo — e ha alzato l'inflazione attesa dal 1,9% al 3,0%. La componente energia dell'inflazione è data sopra l'11% per tutto il secondo trimestre. Sul deficit, l'eurozona viaggia al 3,5% del PIL.

    La Germania è il vero termometro. Il PMI manifatturiero di maggio è sceso a 49,9, in contrazione per la prima volta da dicembre 2025, con ordini in calo e costi energetici e materie prime in risalita. Il PIL 2026 tedesco è ora dato a +0,6%, già rivisto al ribasso. Francia +0,8%, Spagna +2,4% (l'eccezione virtuosa, grazie a un mix elettrico meno dipendente dal gas).

    Sull'Italia, lo scenario centrale Moody's parla di +0,4%; lo scenario pessimista — disruption prolungata — porta il PIL in territorio negativo, a -0,3%. L'Italia importa il 20-25% del proprio petrolio da paesi che passano per Hormuz (Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati sommati), e la sensibilità del manifatturiero del Nord ai costi energetici è quella nota dal 2022.

    A Francoforte, Piero Cipollone ha messo la frase di sintesi il 6 maggio: «Per la seconda volta in soli quattro anni stiamo affrontando un grave shock energetico». Christine Lagarde, intervenuta a Nicosia il 22, ha tenuto i tassi fermi ma ha avvertito i governi: gli aiuti energia devono restare temporanei e mirati, perché se l'impulso fiscale diventa strutturale la BCE risponderà alzando. Tre rialzi nel 2026, secondo lo scenario senza accordo Hormuz.

    Quando si torna alla normalità

    L'arco temporale del ritorno è il punto su cui il mercato continua a litigare con se stesso. Amin Nasser, CEO di Saudi Aramco, l'11 maggio ha messo la data oltre la quale tutto diventa molto più lento: senza riapertura entro metà giugno, il mercato non torna a regime prima del 2027. Fatih Birol, direttore IEA, ha definito luglio-agosto la «zona rossa», la finestra in cui scorte in esaurimento e domanda estiva si incontrano nel modo peggiore; ad aprile aveva già detto, in inglese, «We are facing the biggest energy security threat in history».

    Goldman Sachs ha riposizionato il Brent 2026 a una media di 85 USD (era 77), con Q4 a 71 nello scenario base e oltre 100 stabili se la disruption si allunga di un altro mese; nello stesso movimento ha portato la probabilità di recessione USA dal 20% al 30%. Polymarket, al 28 maggio, prezza al 57% la probabilità che i transiti tornino a 60+ navi medie a sette giorni entro il 31 luglio.

    Anche nello scenario migliore — accordo firmato entro fine giugno — servono 30-45 giorni per ripristinare il traffico fisico scortato e altri tre mesi perché il mercato petrolifero internalizzi la normalità. Significa, se tutto va bene, settembre 2026. Se non va bene, 2027 di Aramco.

    Cosa cambia da qui

    L'arco delle dichiarazioni di Trump, da marzo a oggi, si presta a due letture. La prima è che il Presidente abbia genuinamente cambiato direzione: la pressione militare ha funzionato, l'accordo del 23 maggio dichiarato «in gran parte negoziato» è reale, e il «no one will control them» del 27 è il preludio alla firma. In quel caso la finestra dei prossimi trenta giorni è decisiva, e il mercato — al 57% su Polymarket — è cautamente posizionato in quella direzione.

    La seconda è che l'oscillazione sia tatticismo: minacciare il controllo a marzo, dialogare a maggio, lasciare che lo Stretto resti a metà servizio fino a quando il leverage non avrà ricalibrato la dipendenza energetica di Asia ed Europa dal Golfo. In quel caso il danno strategico — Eurozona giù di trenta punti base, Germania in contrazione manifatturiera, India giù di un punto pieno, Asia che si riorganizza fuori — è già scaricato a bilancio, indipendentemente da cosa firmerà Trump a giugno.

    Le due letture non sono mutuamente esclusive. Possono essere lo stesso piano. Un'Europa che importa 1,3 trilioni di dollari di beni l'anno e dipende dallo Stretto per un quarto del proprio greggio non recupera in un trimestre quello che ha perso in tre mesi di Hormuz a metà servizio. Il conto, qualunque cosa accada nelle prossime quattro settimane, è già stato presentato.

    Fonti: USNI News e Lloyd's List (transiti e VLCC), Kpler/IMO (tanker bloccati), TradingEconomics (Brent/WTI/TTF/JKM), CNBC e Reuters (prezzi e dichiarazioni Trump 23 e 27 maggio), Commissione Europea (proiezioni eurozona 22 maggio), Moody's via Adnkronos (PIL Italia), S&P Global (PMI Germania maggio), BCE (intervento Cipollone 6 maggio), CSIS e Gulf International Forum (impatti Asia), MUFG Research (India), Saudi Aramco via CNBC (timeline Nasser), IEA via CNBC e Chatham House (Birol), Goldman Sachs via TheStreet, Polymarket (probabilità 31 luglio).

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