macro

    Hormuz chiuso al 30%, Brent a 111: quanto costa all'Italia e dove finisce il PIL 2026

    Lo Stretto di Hormuz trasporta il 29% di petrolio in meno rispetto a un anno fa. Brent oltre i 110 dollari da quattro settimane. Banca d'Italia, FMI, OCSE e Confindustria convergono su una crescita 2026 dello 0.5%, ma lo scenario avverso porta il PIL a zero quest'anno e a meno uno nel 2027. Confindustria mette nero su bianco la parola che nessuno vuole pronunciare: recessione.

    Ascolta l'articoloVersione audio narrata

    C'è una parola che fino a tre mesi fa nessuno usava nei rapporti macroeconomici sull'Italia, e che oggi è scritta nero su bianco nel Rapporto di Previsione di Confindustria di marzo 2026: recessione. Non come scenario remoto, non come ipotesi accademica, ma come uno dei tre possibili esiti dell'anno in corso a seconda di come si chiuderà la crisi del Medio Oriente. Vale la pena ricostruire il filo con calma, perché i numeri parlano chiaro e tutti puntano nella stessa direzione.

    Dove siamo oggi: Brent a 111, Hormuz al 70% della normalità

    Il Brent ha chiuso intorno ai 111 dollari al barile nella mattinata del 20 maggio 2026, sui livelli più alti dal 2022, e il dato che racconta meglio la situazione non è il prezzo ma il volume di flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati EIA pubblicati da Bloomberg il 13 maggio, nel primo trimestre 2026 sono passati in media 14.6 milioni di barili al giorno, contro i 20.4 milioni di un anno fa. È un meno 29 per cento, la più grande disruption mai registrata in tempo di pace sullo stretto attraverso cui transita un quinto del greggio mondiale. Ad aprile, al picco delle ostilità, oltre 14 milioni di barili al giorno erano completamente bloccati.

    L'EIA prevede un ritorno del Brent intorno ai 90 dollari nel quarto trimestre 2026 se i flussi riprendono, ma il mercato sa che quel "se" pesa più del numero. Per ora ci si abita a livelli che fino a quattro mesi fa sembravano impensabili, e la trasmissione all'economia reale è già visibile.

    Le previsioni convergono: PIL Italia +0.5%, con sotto-scenari fino a -0.7%

    Quello che colpisce è la convergenza. Banca d'Italia nelle proiezioni di aprile, FMI nel World Economic Outlook di aprile, Confindustria CSC nello scenario base di marzo, OCSE in maggio: tutti vedono il PIL italiano 2026 tra +0.4% e +0.5%. Il governo Meloni nel DEF programmatico sta su +0.6/+0.7%, leggermente più ottimista. La Commissione Europea con il +0.8% è l'outlier, probabilmente perché il dato è ancora basato su input pre-aprile.

    Il punto è dentro le forchette. Banca d'Italia ha pubblicato esplicitamente uno scenario alternativo: se le ostilità in Medio Oriente proseguono, il PIL 2026 scende di mezzo punto percentuale rispetto allo scenario base, atterrando intorno allo zero. E il 2027 perde un punto pieno rispetto al base case, finendo in territorio negativo. L'inflazione, nello stesso scenario, salirebbe al 4.5 per cento contro il 2.6 dello scenario base.

    Confindustria è ancora più esplicita. Il rapporto di marzo mette in fila tre scenari:

    Scenario A: la guerra finisce ora → PIL Italia +0.5% nel 2026, in linea con le previsioni base.

    Scenario B: la guerra finisce a giugno → PIL Italia a zero, crescita evaporata nei prossimi due trimestri.

    Scenario C: la guerra dura tutto il 2026 → PIL Italia a meno 0.7 per cento. Recessione tecnica praticamente certa, con due trimestri consecutivi di contrazione.

    Sopra ognuno di questi scenari, il rapporto stima anche la bolletta energetica aggiuntiva per la manifattura italiana: 7 miliardi di euro in più rispetto al 2025 nello scenario A, 21 miliardi nello scenario C. Sono numeri che entrano direttamente nel conto economico delle aziende industriali.

    Chi paga il conto: l'industria pesante e le famiglie

    L'Italia è strutturalmente esposta. La manifattura energy-intensive — acciaio, chimica, vetro, ceramica, carta, cemento — pesa intorno al 6 per cento del PIL e occupa circa 600 mila persone. Sono settori dove il costo dell'energia incide tra il 15 e il 30 per cento dei costi totali di produzione, contro una media manifatturiera del 5-7 per cento. Quando il prezzo dell'elettricità all'ingrosso in Italia viaggia sopra i 120 euro per megawattora, mentre la Germania resta a 95 e la Spagna sotto i 60, il differenziale competitivo si amplia ogni giorno.

    A questo si aggiunge la bolletta delle famiglie e delle piccole imprese. La stima CGIA di Mestre, pubblicata a fine aprile, parla di 29 miliardi di euro di costi aggiuntivi nel 2026 rispetto al 2025 sul totale elettricità, gas e carburanti. Sono 1.100 euro circa per famiglia, un trasferimento di potere d'acquisto dai consumi domestici alla bolletta energetica.

    L'inflazione lo riflette. Il dato ISTAT definitivo di aprile 2026 ha segnato il 2.7 per cento anno su anno, contro l'1.7 di marzo. Un salto di un punto pieno in 30 giorni, guidato per oltre metà dall'energia non regolamentata (carburanti, gasolio riscaldamento) cresciuta del 9.6 per cento, e dall'energia regolamentata (luce e gas tariffa tutelata) a +5.3 per cento. La fiducia dei consumatori ISTAT è scesa a 90.8 in aprile, minimo da ottobre 2023, con la componente clima economico crollata da 88.1 a 82.7 in un mese.

    Quanto può durare prima che diventi recessione tecnica

    La definizione tecnica di recessione è due trimestri consecutivi di crescita PIL negativa. L'Italia ha chiuso il primo trimestre 2026 con un +0.1 per cento, fragile ma positivo. Il secondo trimestre, in chiusura a giugno, secondo l'ultima nota mensile ISTAT è atteso intorno allo zero o leggermente negativo per via del deterioramento della produzione industriale di aprile (meno 1.2 per cento mese su mese, dato peggiore degli ultimi 14 mesi).

    Se la crisi Hormuz prosegue oltre l'estate, il terzo trimestre vedrà l'effetto pieno della bolletta energetica sui margini aziendali e una correzione dei consumi delle famiglie già visibile nei dati di fiducia. Lo scenario di Confindustria — "se la guerra dura tutto il 2026" — porta in modo quasi meccanico a due trimestri consecutivi in territorio negativo, ovvero a una recessione tecnica già nel terzo o quarto trimestre.

    Carlo Cottarelli, intervistato da FocusRisparmio la scorsa settimana, lo ha detto in modo chiaro: "Con lo Stretto di Hormuz nelle condizioni attuali e il petrolio sopra i 100 dollari per più di sei mesi, il rischio recessione in Italia esiste ed è significativo. Non è lo scenario di base, ma non è nemmeno lo scenario di coda che era a inizio anno."

    Cosa può fare il governo, dentro il vincolo del Patto di Stabilità

    Il problema politico è che lo spazio fiscale italiano per una manovra di contenimento del costo energia è limitato dal nuovo Patto di Stabilità entrato in vigore quest'anno. L'Italia ha un percorso pluriennale di rientro del deficit concordato con la Commissione UE e ogni euro speso in più va negoziato.

    Giorgia Meloni il 18 maggio ha formalmente chiesto a Bruxelles una deroga al Patto di Stabilità per le spese energetiche di emergenza, sul modello di quella ottenuta durante il Covid. La Commissione ha frenato pubblicamente, ma il tema è sul tavolo dell'Eurogruppo di fine maggio. Una deroga, anche parziale, permetterebbe al governo di estendere i bonus energia per famiglie a basso reddito e di tagliare temporaneamente le accise sui carburanti senza far saltare i conti pubblici.

    In assenza di deroga, lo spazio fiscale residuo è dell'ordine di 6-8 miliardi di euro per il 2026, una frazione dei 29 miliardi stimati di costo aggiuntivo per famiglie e imprese. Significa interventi mirati, non scudo generalizzato. E significa anche che il peso dello shock energetico resterà in larga parte sul settore privato.

    Cosa significa per un investitore privato

    Tre indicazioni concrete, senza raccomandazioni operative individuali, da prendere come griglia di lettura.

    Prima: il rischio paese Italia, misurato dallo spread BTP-Bund, resta contenuto a 75 basis point oggi, ma è strutturalmente vulnerabile a una revisione al ribasso del PIL. Ogni decimo di punto di crescita in meno peggiora il rapporto debito/PIL e i rating delle agenzie sono già con outlook stabile-ma-vigile. Se Confindustria avesse ragione nello scenario C, il BTP entrerebbe in una fase di pressione.

    Seconda: i settori più esposti — manifattura energy-intensive, automotive component, chimica fine — sono già scontati a multipli compressi sull'azionariato Milano. Non è una buy opportunity automatica: prima di rimbalzare serve un segnale chiaro di stabilizzazione del petrolio.

    Terza: i comparti che hanno già scaricato lo shock o che ne beneficiano (utilities regolate con tariffe indicizzate, oil & gas integrati, difesa) hanno fatto over-performance YTD. Il rapporto rischio-rendimento da qui in avanti, su questi nomi, va guardato con attenzione: il prezzo incorpora già lo scenario centrale.

    Il prossimo bivio è giugno. Se l'Eurogruppo concede la deroga e le ostilità si attenuano, l'Italia chiude il 2026 sul mezzo punto di crescita. Se entrambe le condizioni saltano, la parola recessione smette di essere uno scenario alternativo e diventa il base case.


    Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. I dati di mercato citati sono aggiornati al 20 maggio 2026, ore 8:00 GMT. Per decisioni di investimento individuali consulta un consulente abilitato.

    Tutte le notizieVai a MisterAle
    MisterAleGuidaAI