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    Hormuz e il fisco: perché lo Stato incassa di più sull'energia ma perderà sulla recessione

    Lo Stretto di Hormuz è bloccato de facto dal 4 marzo, con circa 600 petroliere intrappolate e un quinto del petrolio e del gas mondiale fermo o rallentato. Per l'Italia è un problema di prezzo, non di forniture: Brent a 93,7 dollari, gas TTF a 50,5 euro. La Commissione taglia la crescita italiana a +0,5%. Sul gettito l'effetto è doppio e controintuitivo: nel breve lo Stato incassa di più — accise gas +96% nel primo trimestre — ma il conto vero arriva dopo, con l'IRES già a -10,7% e il taglio accise carburanti che è costato oltre un miliardo. Più recessione che bolletta.

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    Da tre mesi e mezzo lo Stretto di Hormuz non lascia passare quasi nulla. Non c'è un decreto di chiusura, ma dal 4 marzo, quando la Guardia Rivoluzionaria iraniana ne ha dichiarato il controllo, il traffico petrolifero si è prima dimezzato e poi azzerato. Al 11 giugno circa 600 petroliere risultano intrappolate nel Golfo Persico interno, altre 240 attendono fuori, e nessun accordo definitivo è in vista. Da quel braccio di mare passa, in tempi normali, il 20-25% del petrolio mondiale — venti milioni di barili al giorno — e circa il 20% del gas naturale liquefatto.

    Per l'Italia la questione va inquadrata bene, perché è facile sbagliarla. Non è un problema di forniture: è un problema di prezzo. La distinzione l'ha messa nera su bianco TPI: «la crisi attuale non rappresenta per l'Italia un problema di fornitura ma di prezzo». I depositi sono pieni, le navi arrivano da altre rotte. Quello che non arriva è la calma sui mercati. E su un Paese che importa il 73,5% della propria energia — contro una media UE del 58% — il prezzo è tutto.

    Petrolio e gas: il prezzo, non il rubinetto

    I numeri di oggi raccontano una crisi che si è raffreddata ma non riassorbita. Il Brent quota intorno ai 93,7 dollari al barile, in rialzo nella seduta e ancora +35% sull'anno, dopo aver toccato i 126 dollari nel pieno della crisi. Il gas europeo TTF è a 50,5 euro per megawattora, massimo delle ultime tre settimane e +38,8% su dodici mesi, da una base pre-crisi di circa 30 euro.

    L'esposizione diretta italiana al Golfo è contenuta sul piano fisico: meno del 10% del petrolio importato e l'11% del gas. Il Qatar pesa per il 33% dell'LNG italiano nel 2025. Ma il punto strutturale è un altro: il gas alimenta il 44,3% della generazione elettrica nazionale. Significa che lo shock di prezzo si trasferisce in bolletta elettrica anche quando il metano non manca. È il motivo per cui Euronews colloca l'Italia tra i Paesi «especially exposed by their reliance on gas-fired power, while France and Spain are relatively protected». Il nucleare francese e le rinnovabili spagnole, in questa partita, sono un'assicurazione.

    Il PIL: meno tre decimi, e una regola che spaventa

    Le istituzioni hanno già messo a bilancio il danno. La Commissione europea, nelle previsioni di primavera, ha tagliato la crescita UE 2026 a 1,1% (-0,3 punti), l'Eurozona a 0,9% e l'Italia a un magro 0,5%, sotto il potenziale. L'inflazione italiana è data al 3,2%. La stessa Commissione quantifica il blocco: «The virtual closure of the Strait of Hormuz has curtailed seaborne flows of oil and LNG by around 15% and 20%, respectively». L'OCSE conferma il numero italiano: «GDP growth is expected to remain at 0.5% in 2026».

    La BCE, nel suo scenario avverso, è più cruda: «growth is cumulatively 0.8 percentage point lower» e «inflation is cumulatively 1.5 percentage point higher until 2028» rispetto alle proiezioni di dicembre. C'è poi una regola del pollice che vale la pena tenere a mente: ogni +10% sul prezzo del petrolio toglie tra 0,2 e 0,3 punti di PIL all'Eurozona, e per tre anni. Su uno shock che dal pre-crisi vale ancora un buon +30%, il conto si fa da soli.

    Il gettito: il paradosso del doppio binario

    E qui sta il punto che quasi tutti saltano. Quando l'energia costa di più, l'istinto dice che lo Stato incassa meno. Nel breve termine è falso. Lo Stato incassa di più — e parecchio.

    La ragione è meccanica. Le accise sul gas e l'IVA sui carburanti viaggiano sul prezzo: se il prezzo raddoppia, raddoppia la base imponibile. I dati del primo trimestre 2026 del MEF lo fotografano senza ambiguità. Le entrate tributarie complessive di gennaio-marzo sono salite a 131,4 miliardi (+0,7%), trainate proprio dalle indirette: IVA a 38 miliardi (+2,2%) e — il numero che colpisce — accise sul gas naturale a 1,195 miliardi, con un +96,2%. Quasi un raddoppio, puro effetto-prezzo.

    Ma sotto la superficie l'altro binario è già in moto, e va nella direzione opposta. Le imposte dirette calano (-0,6%), e dentro quel dato l'IRES — l'imposta sui profitti delle società — crolla a 2,185 miliardi, -10,7%. È il primo segnale che i margini delle imprese si stanno comprimendo. Questo è il danno vero, quello che arriva dal lato dell'economia che rallenta: meno utili, meno IRES; meno reddito disponibile, meno IVA sull'intera economia. Una perdita di PIL nominale si traduce, prima o poi, in una perdita proporzionale di entrate.

    Voce (gen-mar 2026) Importo Variazione
    Entrate tributarie totali 131,4 mld € +0,7%
    IVA 38,0 mld € +2,2%
    Accise gas naturale 1,195 mld € +96,2%
    Accise carburanti 5,218 mld € +2,8%
    IRES (imposta società) 2,185 mld € -10,7%

    C'è poi un costo che lo Stato si è caricato volontariamente. Il taglio delle accise sui carburanti — cinque centesimi al litro su benzina e gasolio — è stato prorogato al 3 luglio, e nei soli primi quattro mesi è valso oltre un miliardo di mancato gettito, finanziato proprio con il maggior IVA generato dai prezzi alti. Lo Stato incassa di più sull'energia con una mano e restituisce con l'altra. Sullo sfondo, una bolletta energetica nazionale che il Sole 24 Ore stima a 57,7 miliardi nel 2026, nove in più del 2025.

    La sintesi

    Il messaggio è netto. Nell'immediato il fisco non è la vittima della crisi di Hormuz: ne è, paradossalmente, un beneficiario temporaneo, grazie ad accise e IVA che galleggiano sul caro-energia. Il conto vero matura dopo, e arriva dal lato sbagliato del bilancio: dall'IRES che già segna -10,7%, dai consumi compressi, dal taglio accise costato più di un miliardo, da una crescita inchiodata allo 0,5%.

    In altre parole, il rischio per le casse pubbliche non è la bolletta. È la recessione che la bolletta porta con sé. Più recessione che bolletta, appunto — ed è la seconda a presentare il conto più salato.

    Fonti


    Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. I dati citati sono aggiornati all'11 giugno 2026. Per decisioni di investimento individuali consulta un consulente abilitato.

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