In dodici mesi Piazza Affari ha messo a segno un +31,8%, l'S&P 500 un +20,1%, mentre il DAX si è fermato a un misero +3,5%. Ma il prossimo capitolo dei listini non lo scrive più la crescita degli utili: lo scrive il petrolio, e il petrolio oggi si decide nello Stretto di Hormuz. Due scenari — crisi che si distende o crisi che peggiora — con vincitori e vinti diversi tra MIB, DAX e S&P 500.
Chi guardava i tre grandi indici azionari di Italia, Germania e Stati Uniti un anno fa e scommetteva sull'ordine "solito" — America davanti, Europa dietro — ha vinto solo a metà. L'America ha corso, sì. Ma il vero cavallo è stato il FTSE MIB, che ha doppiato l'S&P 500 e polverizzato il DAX. La classifica dei prossimi mesi, però, non la scrive più la crescita degli utili: la scrive il petrolio. E il petrolio, oggi, si decide nello Stretto di Hormuz.
Un anno di corse diverse
I numeri, aggiornati a mercoledì 15 luglio 2026, raccontano tre storie separate.
| Indice | Livello (15/07/2026) | Performance 12 mesi | Massimo 52 settimane |
|---|---|---|---|
| FTSE MIB (Italia) | ~52.600 | +31,8% | ~52.600 (record) |
| S&P 500 (USA) | 7.515 | +20,1% | 7.515 (record) |
| DAX 40 (Germania) | ~25.100 | +3,5% | 25.900 |
Milano ha fatto la parte del leone: un +31,8% trainato dal peso enorme delle banche nel paniere, che hanno macinato utili con tassi ancora elevati e margini d'interesse generosi. Il MIB tratta sui massimi assoluti, sopra quota 52.000, un livello che chi ha vissuto gli anni della crisi del debito sovrano faticava a immaginare.
Wall Street ha fatto Wall Street: +20%, nuovo record a 7.515 punti, spinta dai soliti nomi della tecnologia e da un'economia americana che rifiuta di rallentare come da copione.
Francoforte è la delusione: +3,5% in dodici mesi, con un massimo a 25.900 toccato a inizio luglio e poi rintuzzato. La Germania paga la sua natura di economia manifatturiera ed esportatrice, la più esposta d'Europa a un'industria fiacca, alla domanda cinese incerta e — non ultimo — al costo dell'energia. Che è precisamente il punto in cui entra Hormuz.
Hormuz, lo stato dei fatti
Non è un rischio teorico: è cronaca di questi giorni. Da fine giugno gli scontri tra Stati Uniti e Iran sono ripresi, e a metà luglio sono al terzo giorno consecutivo senza segni di distensione. Trump ha reimposto il blocco navale sulle navi iraniane nello Stretto e annunciato pedaggi su tutto il resto del traffico; Teheran ha dichiarato la via d'acqua chiusa «fino a nuovo ordine» e ha colpito due superpetroliere e obiettivi americani in Kuwait e Bahrein.
Il risultato sui mercati delle materie prime è immediato:
- Brent a ~85,9 dollari al barile (future settembre), il massimo dal 15 giugno, con un +10% nella sola settimana.
- WTI risalito in area 78-80 dollari, dopo essere sceso ben più in basso quando a inizio estate si era firmato un accordo interim poi saltato.
- Il traffico nello Stretto è crollato: 57 transiti in un fine settimana contro i 130 giornalieri pre-conflitto.
Il dettaglio che pesa di più è un altro. Rory Johnston di Commodity Context avverte che il cuscinetto di scorte che aveva ammortizzato lo shock si è ormai eroso: «much of that cushion has now been depleted, leaving us much more vulnerable to a rerun of March and April». Tradotto: la prossima botta fa più male. E Bart Melek di TD Securities mette un numero sul tavolo: «I suspect that a move to $100 is quite possible, should it become apparent that physical shortage risks are real and increasingly likely».
Da qui i due scenari.
Scenario A — La crisi si distende
Se l'accordo interim viene ricucito, il blocco cade e i transiti tornano a scorrere, il barile si sgonfia rapidamente: un Brent che rientra verso i 65-70 dollari toglie di colpo il premio di guerra dai listini.
- DAX: è il grande beneficiario. L'indice più penalizzato dal caro-energia e più sensibile al ciclo industriale è anche quello con più margine di recupero. Un'energia a buon mercato è ossigeno diretto per l'export tedesco.
- FTSE MIB: continua la corsa, ma con meno strappo — Milano è già sui massimi e il rischio-Italia sul debito conta più del greggio. Beneficia comunque del ritorno dell'appetito al rischio in Europa.
- S&P 500: consolida sopra i massimi. Petrolio giù significa inflazione più docile, e una Fed con le mani più libere sui tassi è il carburante preferito di Wall Street.
In questo mondo la rotazione premia chi è rimasto indietro: il DAX recupera terreno sugli altri due.
Scenario B — La crisi resta o peggiora
Se il blocco regge, i pedaggi diventano strutturali o — peggio — Hormuz si chiude sul serio, lo scenario Melek dei 100 dollari smette di essere un'ipotesi.
- DAX: il più colpito. Energia cara più export in affanno è la combinazione tossica per Francoforte. Il +3,5% dell'ultimo anno rischia di trasformarsi in segno meno.
- FTSE MIB: più resiliente di quanto l'istinto suggerisca. Il paniere è pieno di banche (che con l'inflazione da petrolio e tassi alti non soffrono) e di Eni, che su un barile a 100 dollari guadagna. Ma un'inflazione di ritorno che riapre lo spread sui BTP è il tallone d'Achille.
- S&P 500: vulnerabile per via multipli. Petrolio a 100 riaccende l'inflazione americana, congela la Fed e comprime le valutazioni tech più tirate. L'energia nel paniere fa da cuscinetto parziale, non da paracadute.
In questo mondo si compra difesa e materie prime, si vende ciclico e crescita: l'Europa manifatturiera è l'anello debole, e il MIB paradossalmente tiene meglio del DAX.
In chiusura
Il consuntivo a dodici mesi dice Milano regina, Wall Street solida, Francoforte al palo. Ma il prossimo capitolo lo scrive un braccio di mare largo poche decine di chilometri. Se Hormuz si riapre, il testimone passa al DAX; se resta chiuso, il DAX è il primo a cadere e — sorpresa — il MIB, zavorrato di banche e petrolio, è quello che balla meno. Il mercato, del resto, ha già festeggiato l'accordo di pace una volta questa estate. Poi l'accordo è saltato. La memoria dei listini, come sempre, è quella di un pesce rosso.
Fonti principali (consultate il 15/07/2026): Trading Economics (FTSE MIB, DAX, livelli indici); EBC/Investing.com (S&P 500); Al Jazeera e CNBC (crisi Hormuz, prezzi Brent/WTI, dichiarazioni Johnston e Melek); Forbes/FX Leaders (WTI).


