L'Occidente convive di nuovo con prezzi che non stanno fermi: negli Stati Uniti il CPI di maggio è al 4,2% e l'indicatore preferito dalla Fed, il PCE, al 4,1% — il massimo da tre anni; l'eurozona è al 3,2%, il doppio del target. E qui casca l'asino della lettura facile: il petrolio è tornato sotto i settanta dollari e da qui in avanti raffredda l'inflazione di testa, mentre la geopolitica — dazi, riarmo, frammentazione del commercio — è invece un vento che soffia verso l'alto e non passa con una tregua. Due campi si contendono la spiegazione: chi la vede strutturale e chi passeggera. Entrambi hanno argomenti veri. Il guaio è che la risposta onesta non regala ragione a nessuno dei due per intero — e l'Asia, dove il Giappone finalmente prezza e la Cina quasi non prezza, lo dimostra.
Torniamo a farci una domanda che credevamo archiviata. Nel 2021 la parola d'ordine era transitory: l'inflazione è un colpo di tosse, passa. Passò, ma dopo aver fatto danni e aver mandato in soffitta un paio di reputazioni di banchieri centrali. Cinque anni dopo la domanda è la stessa, riformulata con maggiore prudenza: quella che l'Occidente ha di nuovo davanti è un'inflazione strutturale, che vive nelle fondamenta dell'economia e non se ne va, o passeggera, un altro colpo di tosse geopolitico destinato a rientrare?
La domanda merita di essere presa sul serio, perché stavolta i due campi hanno entrambi ragioni solide. E perché la risposta comoda — «è tutta colpa del petrolio, quindi passa» — è precisamente quella che un lettore attento dovrebbe diffidare di comprare.
Il quadro: dove morde, e quanto
Partiamo dai numeri, che non opinano. Negli Stati Uniti l'indice dei prezzi al consumo di maggio è salito al 4,2% annuo, dal 3,8% di aprile: il livello più alto da aprile 2023. Ma il dato che conta per la Federal Reserve è un altro, il deflatore dei consumi PCE, e quello di maggio segna 4,1% di testa e 3,4% al netto di energia e alimentari — anche qui, massimi da tre anni. La componente energetica è esplosa (+23,5% annua, benzina +40,5%) per lo shock petrolifero della guerra con l'Iran; ma il fatto che pure il core, ripulito dall'energia, stia al 3,4% dice che la fiammata non è rimasta confinata alla pompa di benzina.
L'eurozona non è messa meglio, solo un gradino più giù. L'inflazione armonizzata di maggio è al 3,2%, il massimo da settembre 2023, con il core salito al 2,5% — segno che le pressioni si stanno allargando oltre l'energia, ai servizi soprattutto (+3,5%). Il doppio dell'obiettivo del 2%. L'11 giugno la Banca centrale europea ha fatto la cosa che non faceva da quasi tre anni: ha alzato i tassi di 25 punti, portando il tasso sui depositi al 2,25%. La prima stretta dopo otto tagli consecutivi tra il 2024 e il 2025. Un'inversione a U che da sola racconta quanto il vento sia cambiato.
| Area | Inflazione di testa | Core | Banca centrale |
|---|---|---|---|
| Stati Uniti (CPI, maggio) | 4,2% | 2,9% | Fed: fermi 3,50–3,75%, dot plot verso l'alto |
| Stati Uniti (PCE, maggio) | 4,1% | 3,4% | mercato prezza ~3 rialzi nel 2026 |
| Eurozona (HICP, maggio) | 3,2% | 2,5% | BCE: +25 pb l'11/06, depositi al 2,25% |
Negli Stati Uniti la Fed, alla prima riunione sotto la presidenza di Kevin Warsh il 17 giugno, ha tenuto i tassi fermi nel range 3,50–3,75% ma ha virato il dot plot decisamente verso l'alto: il mercato oggi prezza circa tre rialzi entro fine anno, con il decennale attorno al 4,4%. Due sponde dell'Atlantico, stesso film: banche centrali che tornano a temere i prezzi, non la recessione.
Il petrolio e la geopolitica: perché il segnale è sporco
Qui la lettura si complica, ed è il cuore della questione. Perché petrolio e geopolitica tirano l'inflazione in direzioni opposte, e chi guarda solo uno dei due si racconta metà della storia.
Il petrolio, oggi, è una forza disinflattiva. Il barile è tornato sotto i settanta dollari — WTI intorno a 70, Brent a 73 — dopo aver toccato i 126 dollari a marzo, con lo Stretto di Hormuz sbarrato. Come raccontavamo due giorni fa, il premio di guerra si è sgonfiato: la tregua di Islamabad regge, l'offerta è tornata a fluire, la domanda è fiacca. E un petrolio in calo, nei prossimi mesi, spinge verso il basso l'inflazione di testa — per pura aritmetica, quando i prezzi altissimi della primavera usciranno dal calcolo dei dodici mesi. È l'effetto base di cui parlano gli economisti: un vento a favore della disinflazione, statistico più che reale.
La geopolitica, invece, è una forza inflattiva — e strutturale, non ciclica. Non parliamo qui del petrolio, che va e viene con le tregue, ma di qualcosa di più profondo: dazi, reshoring, frammentazione del commercio mondiale, riarmo. Sono i fattori che, secondo il Fondo monetario, la BIS e la BCE, stanno cambiando le fondamenta. Il Fondo, nel World Economic Outlook di aprile, avverte che la «frammentazione geoeconomica» — la deriva verso blocchi commerciali contrapposti al posto del multilateralismo — può alterare la struttura stessa del commercio e della finanza, e stima l'inflazione globale in risalita nel 2026 prima di riprendere a scendere nel 2027. I dazi, sostengono gli analisti dei costi, hanno già aggiunto circa mezzo punto percentuale al core PCE americano; e circa due terzi del commercio mondiale, che passa dentro catene del valore, si sta ridisegnando su linee geopolitiche.
Ecco il punto delicato: il petrolio raffredda oggi, la geopolitica scalda domani. Chi guarda il barile che scende conclude «l'inflazione è transitoria». Chi guarda i dazi e il riarmo conclude «è strutturale». Il segnale è sporco proprio perché entrambi hanno ragione — su orizzonti diversi.
Il caso «strutturale»
L'argomento di chi vede un'inflazione radicata è più solido di quanto fosse cinque anni fa, e vale la pena elencarlo senza sconti.
Primo, la deglobalizzazione. Per trent'anni la globalizzazione è stata una macchina disinflattiva: produci dove costa meno, i prezzi scendono. Quella macchina va al contrario. Uno studio Deloitte stimava che il 40% delle aziende americane avrebbe riportato parte delle catene produttive in Nord America entro il 2026. Reshoring, nearshoring, friendshoring: sono tutte parole eleganti per dire «pago di più per produrre più vicino». E il conto arriva al consumatore.
Secondo, i dazi, che sono una tassa sui prezzi finali per definizione. Terzo, il riarmo. Christine Lagarde, nel discorso di Sintra del 29 giugno, l'ha detto senza giri di parole: i governi europei hanno risposto allo shock geopolitico con «il più grande aumento della spesa per la difesa da decenni», e ha avvertito che l'aumento di spesa in difesa e infrastrutture può alzare l'inflazione nel medio termine. Quarto, la transizione energetica, che nel breve costa. Quinto, la demografia: forza lavoro che invecchia, offerta di manodopera che si restringe, salari sotto pressione. Sesto, il fiscal dominance: debiti pubblici enormi che rendono politicamente scomodo tenere i tassi alti a lungo.
Il ragionamento di fondo di Lagarde a Sintra è il più istruttivo: gli shock di quest'epoca, ha detto, «hanno maggiore probabilità di colpire dal lato dell'offerta che della domanda», e uno shock d'offerta spinge i prezzi su, non giù. Un mondo in cui i colpi arrivano dall'offerta è un mondo strutturalmente più inflazionistico di quello a cui ci eravamo abituati.
Il caso «passeggera»
Ma il campo opposto non è fatto di ingenui, e i suoi argomenti sono altrettanto concreti.
Primo, gli shock rientrano. Il picco del petrolio è stato un evento, non una condizione: a 126 dollari a marzo, sotto i 70 oggi. Se la fiammata inflattiva è in gran parte energetica — e nei dati di testa lo è — allora si sgonfia con l'energia. Secondo, l'effetto base: quando i prezzi altissimi di inizio 2025 usciranno dal calcolo annuo, sostituiti da variazioni mensili modeste, il tasso scende da solo, a prescindere da cosa facciano i prezzi. Un vento statistico a favore per tutta la parte centrale dell'anno.
Terzo, la domanda si raffredda. Il mercato del lavoro americano rallenta, la crescita salariale si smorza, e con essa la pressione sui prezzi dei servizi ad alta intensità di lavoro. Quarto, la credibilità delle banche centrali: a differenza del 2021, stavolta Fed e BCE hanno agito in fretta — la BCE ha addirittura alzato i tassi — proprio per impedire che le aspettative si «disancorino». Se le aspettative restano ancorate, l'inflazione non si radica. J.P. Morgan e Goldman Sachs, su questa lettura, si aspettano che il core rientri e che la Fed possa persino tagliare tra il terzo e il quarto trimestre.
L'argomento più forte del campo «transitoria» è proprio questo: l'inflazione di testa è alta per l'energia, ma l'energia sta scendendo; e finché le aspettative reggono, il core seguirà. È una tesi rispettabile. Ha solo un punto debole, di cui diremo.
Il cenno all'Asia: dove non morde, e perché
Il modo migliore per capire quanto l'inflazione occidentale sia una scelta di struttura e quanto un incidente è guardare a Oriente, dove la stessa guerra petrolifera ha prodotto esiti opposti.
Il Giappone è il caso più eloquente. Per un quarto di secolo ha inseguito l'inflazione senza prenderla; ora finalmente la prezza. La Banca del Giappone, che tratta lo 0% come un traguardo, a giugno ha alzato il tasso all'1%, con l'inflazione core prevista al 2,5–3,0% per l'anno fiscale, e ha annunciato che continuerà verso un tasso neutrale attorno al 2%. Per Tokyo l'inflazione non è un problema: è la normalizzazione che aspettava da decenni.
La Cina è l'esatto opposto. L'inflazione al consumo di maggio è ferma all'1,2%, il core all'1,1%, i prezzi alimentari addirittura in calo dell'1,7%. Il petrolio ha fatto schizzare i prezzi alla produzione (PPI a +3,9%, massimo da luglio 2022), ma quel rincaro non arriva al consumatore: la domanda interna è troppo debole. La Cina esce a fatica dalla sua più lunga fase deflattiva da decenni. Se in Occidente il problema è che i prezzi salgono troppo, a Pechino il problema è che non salgono abbastanza.
Nel mezzo, il resto dell'Asia mostra un'inflazione moderata rispetto a quella occidentale: Corea del Sud al 3,1% a maggio, India al 3,9% — spinta anch'essa da energia e fertilizzanti importati, ma sotto la soglia del 4% della banca centrale. Il contrasto è netto: lo stesso shock petrolifero ha morso l'Occidente al 4%, sfiorato l'Asia emergente attorno al 3%, e lasciato la Cina in territorio quasi deflattivo. Uno shock uguale per tutti che produce inflazioni diverse racconta una cosa sola: il petrolio è la miccia, ma la polveriera la mette la struttura di ogni economia. Dove la domanda è forte e le catene si accorciano, brucia; dove la domanda è fiacca, si spegne.
La lettura d'insieme
Allora: strutturale o passeggera? La risposta comoda sarebbe scegliere un campo. La risposta onesta è che i dati non lo permettono, e provano a dirci qualcosa di più scomodo.
L'inflazione di testa di oggi ha una gamba largamente passeggera: è energia, ed è già in riflusso. Su questo il campo «transitoria» vincerà la scommessa dei prossimi mesi — il petrolio sotto i settanta e l'effetto base spingeranno i numeri di testa verso il basso. Chi guarda solo il titolo del CPI vedrà, in autunno, un'inflazione che scende, e canterà vittoria.
Ma sotto la superficie c'è una gamba strutturale che quel riflusso non tocca. Il core al 3,4% negli Stati Uniti e al 2,5% in eurozona non è fatto di benzina: è fatto di servizi, di salari, di dazi, di catene del valore che si accorciano — e di un mondo che, come dice Lagarde, riceve i colpi dal lato dell'offerta. Il riarmo, la deglobalizzazione, la frammentazione del commercio non rientrano con una tregua a Hormuz. Sono forze lente, e le forze lente sono quelle che decidono dove si assesta l'inflazione una volta finito il rumore.
Il punto onesto, allora, è questo: l'inflazione occidentale è probabilmente meno transitoria di quanto spereranno i mercati quando vedranno i numeri di testa scendere in autunno — ma con sollievi ciclici veri, il petrolio in testa, che daranno l'illusione periodica del ritorno alla normalità. Non un'inflazione fuori controllo alla '70, e nemmeno il colpo di tosse del 2021. Qualcosa di più insidioso: un'inflazione che oscilla su un livello strutturalmente più alto di quello a cui l'Occidente si era abituato nel decennio scorso, punteggiata da fiammate energetiche e da rientri illusori.
L'anomalia non è l'inflazione occidentale. È stata la disinflazione del 2010-2020, figlia di una globalizzazione che non c'è più. La domanda vera non è se l'inflazione tornerà al 2%: è se il 2% era la norma o l'eccezione. E l'Asia — Tokyo che festeggia il 2%, Pechino che lo insegue invano — ci ricorda che la risposta dipende meno dal petrolio e più da come è fatta l'economia sotto. Il barile spiega il titolo di giornale. La struttura spiega il decennio.
Fonti
- CPI USA maggio 2026 +4,2% (core +2,9%), energia +23,5%, benzina +40,5%: Bureau of Labor Statistics — Consumer Price Index, May 2026 (consultato il 01/07/2026)
- PCE USA maggio 2026: testa 4,1%, core 3,4%, massimo da tre anni: CNBC — PCE inflation report May 2026 e CBS News — Fed's preferred inflation gauge (consultati il 01/07/2026)
- HICP eurozona maggio 2026 al 3,2% (core 2,5%, servizi +3,5%, energia +10,9%): Eurostat — flash estimate maggio 2026 e Trading Economics — Euro Area Inflation Rate (consultati il 01/07/2026)
- BCE +25 pb l'11/06/2026 (depositi al 2,25%), prima stretta da settembre 2023, proiezioni HICP 3,0% 2026: BCE — Monetary policy decisions 11/06/2026 e Euronews (consultati il 01/07/2026)
- Fed 17/06/2026: tassi fermi 3,50–3,75%, dot plot verso l'alto, mercato prezza ~3 rialzi 2026: CNN Business — Fed signals higher rates ahead e CNBC — Treasury yields after hawkish Warsh Fed (consultati il 01/07/2026)
- Prezzo petrolio 30/06-01/07/2026 (WTI ~70$, Brent ~73$): Forbes Advisor — Oil Prices Today e Trading Economics — Brent Crude Oil (consultati il 01/07/2026)
- Frammentazione geoeconomica e inflazione globale in risalita nel 2026: IMF — World Economic Outlook, April 2026 (consultato il 01/07/2026)
- Reshoring (Deloitte ~40% aziende USA entro 2026), dazi ~+0,5 pp sul core PCE, due terzi del commercio in catene ridisegnate: FreightWaves — tariff volatility, regional reset 2026 (consultato il 01/07/2026)
- Discorso Lagarde, ECB Forum Sintra 29/06/2026, «shocks... more likely to fall on the supply side», «largest increase in defence spending in decades», riarmo che può alzare l'inflazione nel medio termine: BCE — «Back to basics in an uncertain environment» (consultato il 01/07/2026)
- BIS: rischio che l'inflazione si radichi se le aspettative si disancorano: BIS — Annual Economic Report 2026, cap. I (consultato il 01/07/2026)
- Caso «transitoria» (effetto base, domanda in raffreddamento, oil in calo, attese di taglio Fed Q3-Q4): Forbes — Why U.S. Inflation Is Likely To Keep Falling In 2026 (consultato il 01/07/2026)
- Giappone: BoJ a 1% a giugno, core CPI 2,5–3,0% FY2026, verso neutrale ~2%: CNBC — BoJ keeps policy rate, raises inflation forecast e Bank of Japan — Outlook 16/06/2026 (consultati il 01/07/2026)
- Cina: CPI maggio +1,2% (core 1,1%, food –1,7%), PPI +3,9%: CNBC — China CPI/PPI May 2026 (consultato il 01/07/2026)
- Corea del Sud 3,1% e India 3,9% (maggio 2026): Trading Economics — India Inflation Rate (consultato il 01/07/2026)
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