Brent a 93,58 dollari, WTI a 90,10, Hormuz semichiuso, inflazione eurozona al 3,1% e la BCE che ha congelato i tagli. Dal 28 febbraio non è più un negoziato nucleare: è una guerra in cessate-il-fuoco fragile, con un memorandum di 60 giorni mai firmato. Trump si chiude nella Situation Room il 29 maggio e non decide. Vitol calcola 600-700 milioni di barili già persi, in rotta verso il miliardo. Il conto del ritardo cresce ogni settimana che passa.
Conviene partire da una correzione, perché cambia tutto il resto. Non è "un accordo che non decolla" nel senso di una trattativa nucleare impantanata, come quella che leggevamo nel 2025. Dal 28 febbraio 2026 — il giorno dell'Operazione Epic Fury, gli attacchi congiunti USA-Israele che hanno colpito la leadership iraniana e ucciso Khamenei — siamo dentro una guerra vera, oggi sospesa da un cessate il fuoco fragile mediato dal Pakistan l'8 aprile. L'"accordo che non arriva" non è un trattato di non proliferazione: è il memorandum di sessanta giorni che dovrebbe trasformare una tregua militare in qualcosa di stabile. E quel memorandum, al primo giugno, non è firmato.
Il 29 maggio Trump ha convocato una riunione nella Situation Room per prendere una "final determination". Dopo circa due ore è uscito senza annunciare nulla. Il ministero degli Esteri iraniano ha descritto le due parti come, contemporaneamente, «very far and very close». È la fotografia perfetta dello stallo: abbastanza vicini da non chiudere il negoziato, abbastanza lontani da non firmarlo. Nel frattempo il conto economico corre, e corre più veloce di quanto i mercati — tornati a comprare l'ottimismo — vogliano ammettere.
I nodi che tengono ferma la penna
Sul tavolo c'è un memorandum d'intesa di sessanta giorni: estensione del cessate il fuoco, riapertura dello Stretto di Hormuz, avvio di colloqui strutturati sul nucleare. Semplice da scrivere, complicato da firmare, perché ogni riga tocca una linea rossa di una delle parti.
| Nodo | Posizione USA | Posizione Iran |
|---|---|---|
| Arricchimento uranio | Stop completo; nella proposta dei 14 punti, halt per 12 anni e consegna di 400 kg arricchiti | Diritto all'arricchimento «non negoziabile»; al massimo diluizione del 60% sotto verifica IAEA |
| Sanzioni e asset | Sollievo selettivo; rifiuto di sbloccare il 25% degli asset congelati come primo passo | Revoca totale delle sanzioni e sblocco degli asset |
| Stretto di Hormuz | Riapertura immediata, rimozione delle mine entro 30 giorni, nessun pedaggio | Lo tiene chiuso come leva, in risposta al blocco navale USA |
| Missili e proxy | Riduzione del programma missilistico, fine del sostegno a Hezbollah, Houthi, Hamas | Solo il nucleare è oggetto di trattativa |
| Garanzie | Sollievo a tappe condizionato | Diffidenza dopo l'uscita USA dal JCPOA nel 2018 |
Sotto tutto questo c'è il nodo che pesa più degli altri: le scorte. L'IAEA aveva contato 440,9 kg di uranio arricchito al 60% accumulati prima degli attacchi del giugno 2025 — materiale sufficiente, se portato al 90%, per una decina di ordigni. Dal 28 febbraio l'agenzia non ha più accesso alle strutture iraniane: non può verificare i danni, lo stato delle scorte, né eventuali attività clandestine. Si negozia, in sostanza, al buio su ciò che conta di più.
Il conto alla rovescia: ogni settimana ha un prezzo
Quanto tempo abbiamo, chiedeva Alessandro, prima che il danno del ritardo diventi difficile da gestire? La risposta non è una data secca, ma una curva che sale. Vediamola sui due assi che a un blog finanziario interessano: il breakout nucleare e il conto energetico.
Sul fronte nucleare, le stime di breakout time variano molto a seconda della fonte e del momento. Prima della guerra si parlava di sette-dieci giorni per produrre uranio weapon-grade sufficiente a un'arma; le valutazioni post-attacchi, tenendo conto dei danni alle centrifughe, indicano uno scenario più probabile attorno alle dodici settimane. Il problema è che, senza ispettori sul terreno dall'8 aprile, ogni stima è un esercizio con un margine d'errore che cresce con i giorni. Più il memorandum slitta, meno sappiamo.
Sul fronte energetico il conto è già visibile, ed è pesante. Russell Hardy, amministratore delegato di Vitol — il più grande trader petrolifero del mondo — al summit FT del 21 aprile ha quantificato così la perdita: «The US-Iran war has cost the world 600-700 million barrels in lost oil supply and the figure will rise to at least 1 billion barrels by the time the market recovers from the conflict». Tradotto: il danno non è una fotografia, è un'emorragia che continua finché la crisi non si chiude.
Lo Stretto di Hormuz è il rubinetto. In tempi normali ci passano 20 milioni di barili al giorno, un quinto abbondante del petrolio mondiale via mare, l'84% diretto in Asia. Nel primo trimestre 2026 i flussi di greggio sono crollati di circa il 30% anno su anno, a 14,6 milioni di barili al giorno; il traffico di petroliere è sceso fino a quasi azzerarsi nelle fasi di massima escalation. L'IEA ha definito la crisi la più grande interruzione di offerta nella storia del mercato petrolifero — caratterizzazione che riprendiamo con prudenza, perché ci arriva per via indiretta, non dalla fonte primaria.
E i prezzi? Qui c'è la parte che merita un sopracciglio alzato.
| Benchmark | Prezzo al 1/6/2026 | Var. giorno | Var. maggio | Var. anno |
|---|---|---|---|---|
| Brent | 93,58 $/bbl | +2,70% | -18,23% | +44,81% |
| WTI | 90,10 $/bbl | +3,13% | -15,34% | +44,11% |
Il Brent aveva toccato 112,57 dollari il 27 marzo. A maggio ha perso quasi il 18%, dopo che il 18 maggio Trump ha sospeso un'ondata di attacchi per lasciare spazio ai negoziati. Oggi rimbalza del 2,7% sull'incertezza. È un mercato che continua a comprare la firma prima della firma: il greggio resta comunque su del 45% anno su anno, e basta un comunicato storto perché quel premio al rischio rientri tutto in poche sedute. Chi prezza la pace come fatta sta scommettendo su una penna che il 29 maggio è rimasta nel cassetto.
Il danno arriva fin dentro le tasche europee. L'inflazione dell'eurozona è risalita al 3,1% nel secondo trimestre 2026, da sotto il 2% pre-conflitto; il gas TTF è quasi raddoppiato a oltre 60 euro/MWh a metà marzo, con le scorte europee al 30% dopo un inverno rigido. Il 19 marzo la BCE ha posticipato i tagli previsti, alzato la stima d'inflazione e abbassato quella di PIL, avvertendo che un conflitto prolungato rischia di spingere Germania e Italia in recessione tecnica entro fine anno. Le scommesse su un rialzo dei tassi BCE nel 2026, secondo i mercati di previsione, sono salite dal 12% al 42% dallo scoppio della guerra. Questo è il punto da tenere fisso: ogni settimana di stallo non è un'attesa neutra, è inflazione importata che si sedimenta nei prezzi e una banca centrale costretta a restare ferma quando l'economia rallenta.
Cosa fa l'Europa: tanto rumore, poca leva
L'Europa ha fatto la sua mossa più dura prima della guerra. Il 28 agosto 2025 Francia, Germania e Regno Unito hanno attivato lo snapback del JCPOA, e il 28 settembre le sanzioni ONU sono tornate in vigore: la motivazione era uno stock di uranio iraniano fino a 48 volte sopra il limite del trattato. Iran, Cina e Russia l'hanno bollata come «legalmente viziata», ma il meccanismo è scattato.
Dallo scoppio del conflitto, però, il ruolo europeo si è ridotto a quello di spettatrice. L'Alta Rappresentante Kaja Kallas ha convocato una sessione d'emergenza dei 27 dopo il 28 febbraio, ha ribadito l'impegno a tenere aperto Hormuz e discusso l'estensione della missione navale Aspides dal Mar Rosso al Golfo Persico. Ma il Consiglio per le Relazioni Estere ha descritto la risposta europea come «disgiunta», e l'Europa resta esclusa dal tavolo dove si decide davvero. È esposta al danno — bolletta energetica in dollari, mix vulnerabile sul greggio importato — senza sedersi tra chi negozia. La posizione più scomoda possibile: paga il conto, non scrive il contratto.
Cosa fa la Cina: la leva vera è a Pechino
Se c'è un attore con una leva concreta su Teheran, è la Cina. Prima del conflitto Pechino comprava oltre l'80% del petrolio esportato dall'Iran ed era il primo partner commerciale; durante la guerra, l'80% del poco greggio che l'Iran riesce ancora a piazzare va alle raffinerie cinesi «teapot», con sconti di 8-10 dollari al barile. La Cina ha già usato questa leva: secondo le ricostruzioni, Khamenei ha approvato il cessate il fuoco di aprile dopo un «nudge» cinese dell'ultimo minuto.
E ha un interesse diretto a sbloccare Hormuz, perché preleva circa il 45% del suo petrolio dal Golfo Persico. È il punto messo a verbale dal Segretario al Tesoro USA Bessent: la Cina ha più da perdere degli Stati Uniti dalla chiusura dello Stretto. Pechino, però, non vuole il collasso del regime iraniano — preferisce un governo stabile che conosce — e non vuole nemmeno uno scontro frontale con Washington. Quindi lavora dietro le quinte, non sul palco. La sua riserva strategica, stimata attorno a 1,2 miliardi di barili, le dà margine per aspettare. È esattamente la posizione di chi può accelerare la soluzione ma ha poca fretta di farlo.
Le leve per sbloccare lo stallo
Veniamo alla domanda operativa: quali pressioni, e su chi.
Su Teheran. La pressione militare e il blocco navale hanno già portato l'export iraniano dai ~2,1 milioni di barili al giorno di febbraio a circa 200.000 nel picco del blocco. È una leva potente ma a doppio taglio: strangola l'economia iraniana e ne riduce i margini di manovra, ma più Teheran è alle corde meno ha incentivi a cedere proprio l'unica carta che le resta, lo Stretto. La leva più efficace su Teheran, paradossalmente, non è a Washington: è a Pechino, l'unico cliente rimasto e l'unico mediatore che il regime ascolta.
Su Washington. Qui la pressione è economica e interna. Ogni settimana di Hormuz semichiuso è inflazione che risale negli Stati Uniti e un mercato petrolifero che minaccia di tornare sopra i 100 dollari. La leva è il calendario politico e il costo del greggio: più sale, più cresce l'incentivo della Casa Bianca a chiudere. Ma a Washington c'è un freno che non dipende dall'economia, e si chiama Israele.
Su Israele. È il vincolo più difficile da sciogliere. Netanyahu ha convinto Trump ad autorizzare Epic Fury a febbraio, aveva già discusso un «round 2» di attacchi a dicembre 2025, e continua a premere contro qualunque accordo che lasci intatta la capacità di arricchimento iraniana. Senza una garanzia americana credibile a Gerusalemme, qualsiasi firma sul memorandum resta esposta al rischio di una nuova operazione militare che la farebbe saltare. La leva su Israele è una sola, ed è in mano agli Stati Uniti: il supporto militare e diplomatico da cui dipende. Quanto Trump sia disposto a usarla è la vera incognita del 29 maggio.
| Attore | Leva disponibile | Vincolo |
|---|---|---|
| USA | Sanzioni, blocco navale, supporto a Israele | Netanyahu difficile da contenere; divisioni interne |
| E3/UE | Snapback ONU, missione Aspides | Esclusa dal tavolo; risposta «disgiunta» |
| Cina | Petrolio, commercio, mediazione diretta su Teheran | Non vuole un Iran al collasso né lo scontro con gli USA |
| Israele | Operazioni militari preventive | Dipende dal supporto USA; rischio escalation |
La posta in gioco
Lo stallo Iran-USA non è un dossier di politica estera che riguarda le cancellerie. È un moltiplicatore che agisce ogni giorno sul prezzo del petrolio, sull'inflazione europea, sulle mani legate della BCE e, alla fine, sul costo del denaro per chiunque abbia un mutuo o un BTP in portafoglio. Vitol parla di un miliardo di barili persi quando il conto sarà chiuso: è la misura di quanto costa l'indecisione.
Il rischio non è il collasso improvviso — quello i mercati lo prezzerebbero in un giorno. Il rischio è il logoramento: una tregua che non diventa accordo, un breakout time che non sappiamo più misurare, un'inflazione che si incista mentre tutti aspettano una firma rimandata di settimana in settimana. Il 29 maggio Trump aveva la penna in mano e ha scelto di non usarla. Ogni giorno che quella penna resta nel cassetto, il conto del ritardo si allunga — e a pagarlo, in bolletta e in tassi, è anche chi col Golfo Persico non ha mai avuto niente a che fare.
Fonti: Reuters (via Vitol/Dawn.com), Trading Economics, EIA, IAEA (GOV/2026/8), Axios, Al Jazeera, Washington Post, CNBC, Time, IEA (via OilPrice), CFR, ISPI, Consilium UE, Arms Control Association. Dati di mercato aggiornati al 1 giugno 2026.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata. I dati di mercato citati sono aggiornati al 1 giugno 2026. Per decisioni di investimento individuali consulta un consulente abilitato.


